Memento di Christopher Nolan (2000)
Siamo abituati a dare per scontata la nostra identità. Di norma, si impone alla nostra attenzione cosciente solo in frangenti particolari, siano essi fasi cruciali della vita (esempio classico, l'adolescenza), eventi che sovvertono l'assetto abituale (lutto, pensionamento) o patologie mentali vere e proprie.
Letteratura e cinema si sono occupati innumerevoli volte del tema dell'identità da diverse angolature: la crisi dell'identità, il terrore di perderla, la fantasia del doppio, il rapporto tra mente, corpo e cervello, realtà e sogno ecc. Mi pare che il nesso strettissimo tra identità e ricordi abbia ricevuto relativamente minore attenzione.
Abbiamo sentito dire mille volte che "noi siamo i nostri ricordi" (belli, brutti, traumatici) e tendiamo a considerarli tacitamente "reali", mattoni concreti della nostra storia, resi "oggettivi" dalla loro documentazione sotto forma di fotografie o filmati. Sarà capitato a molti di doversi confrontare con una versione ben diversa, e magari pure documentata impietosamente, di un fatto ricordato con la chiarezza e la vivacità di una percezione e di ritrovarsi estremamente riluttanti a mettere in dubbio la propria convinzione di ricordare correttamente. Ma allora com'è andata "in realtà"? E, peggio ancora, se ci ritroviamo convinti che non sia accaduto un evento che invece è documentato (o viceversa), quel pezzetto di noi che "ricorda" è vero o falso?
L'unica via di uscita sembrerebbe essere quella di comprendere che i ricordi possono essere evocati solo nel presente. Pertanto contribuiscono a formare la nostra identità nel presente. Ed evocare implica un ricreare. In altre parole, la nostra identità non è un fenomeno continuo, anche se noi la percepiamo come tale ("io sono sempre io").
Intorno a questa conclusione assai indigesta ruota un film a mio modo di vedere geniale:
Memento di Christopher Nolan (2000; 8.7 il voto di IMDb).
E' la storia di un uomo che, a seguito di una lesione cerebrale, ha perso completamente la capacità di ritenere ricordi (ha perso la cosiddetta
memoria a breve termine) e vive pertanto in un continuo presente. Non ricorda quel che è accaduto pochi secondi prima ed ha escogitato alcune tecniche, anche estreme, per tentare di far fronte al problema, tanto più che ha un obiettivo importantissimo da realizzare (identificare un assassino). Possiamo dire che la sua identità è tutt'uno con il suo obiettivo.
Quel che cerca di fare è mettere ordine nella successione dei fatti del passato ed utilizza lo stesso approccio che utilizzeremmo noi: mette prima quel che è successo prima (?) e poi, in ordine cronologico, le conseguenze di quel primo evento. Causa ed effetto: la sequenza su cui si fonda la nostra logica.
Ebbene la genialità del film sta nel mostrarci il suo tenacissimo lavorìo nell'unico modo in cui quest'uomo lo può fare: a ritroso. Per questo il film è un thriller avvincente quanto assolutamente inusuale. Dalla prima all'ultima scena ci accompagnerà lungo un percorso circolare che ci riporterà al punto di partenza. Direi un percorso antiorario.
Rivelare di più vorrebbe dire rischiare di rovinare lo sconcerto allo spettatore. Assolutamente raccomandato a chi avesse ancora qualche certezza
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